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Il nord segreto... e gli Yeti.
...In questo periodo ci recammo sulle alte montagne Chang Tang. Il Dalai Lama aveva benedetto tutti i quindici componenti del gruppo, ed eravamo partiti con grande entusiasmo, montati su muli: i muli sono in grado di andare dovunque i cavalli non possono arrivare. Procedemmo lentamente, passando per Tengri Tso, fino agli enormi laghi di Zilling Nor e ancora piu' oltre. Poi vi fu la lenta arrampicata sulla catena montuosa Tangla, ed eccoci in territori inesplorati. E' difficile precisare quanto tempo impiegammo, perchè il tempo non aveva alcuna importanza per noi: non v'era alcun motivo di affrettarci, procedemmo al nostro comodo passo e risparmiammo forze ed energie in vista delle fatiche successive. Mentre ci inoltravamo sempre piu' tra le montagne, ad altezze sempre maggiori, ricordavo l'aspetto della luna come l' avevo visto con il grande telescopio del Potala. Immense catene montuose e profondi precipizi. Li' il panorama era identico. Le interminabili, eterne montagne, e i burroni che sembravano senza fondo. Avanzammo faticosamente in questo "paesaggio lunare ", e constatammo che le condizioni di vita divenivano sempre piu' difficili. Infine i muli non poterono piu' continuare. Nell'aria rarefatta, le loro energie si esaurirono ben presto, nè essi avrebbero potuto superare alcune delle gole rocciose dove dondolavamo storditi all'estremità di una corda di pelo di yak. Lasciammo i muli nel luogo piu' riparato che ci riusci' di trovare e i cinque piu' indeboliti componenti della spedizione rimasero con essi. Uno sperone roccioso, che torreggiava come una frastagliata zanna di lupo, li riparava dalle peggiori bufere di quella regione desolata spazzata dai venti. Alla base dello sperone si trovava una caverna, là dove rocce piu' tenere erano state erose dal tempo. Seguendo un ripidissimo sentiero, si poteva scendere nella valle sottostante dove esisteva una sparsa vegetazione con la quale i muli avrebbero potuto nutrirsi. Un torrentello gorgogliante attraversava il pianoro, avventandosi oltre il margine del dirupo e precipitando per centinaia di metri, fino a un punto situato cosi' in basso che non si udiva neppure il rombo delle acque. Qui' riposammo per due giorni, prima di inerpicarci ancora piu' in alto. La schiena ci doleva a causa dei fardelli che sostenevamo e si sarebbe detto che i polmoni fossero sul punto di scoppiarci per mancanza d'aria. Andammo oltre, superando crepacci e burroni. Molti di essi potemmo passarli solo lanciando al lato opposto ganci di ferro ai quali erano assicurate corde robuste; li lanciavamo, sperando che facessero salda presa sulle rupi. Facevamo a turno per lanciare la corda con il gancio, e a turno passavamo dall'altro lato, una volta assicurata la presa. Dopo che il primo era passato, gli veniva lanciato l'altro capo della corda, in modo che fosse possibile ricuperarla quando tutto il gruppo aveva superato l'ostacolo. A volte i ganci non facevano presa sulle rupi. Uno di noi si legava allora la corda alla vita e, dal punto piu' elevato che riuscivamo a raggiungere, tentava di oscillare come un pendolo, aumentando il movimento a ogni oscillazione. Chi riusciva a portarsi in questo modo al lato opposto, doveva inerpicarsi il piu' possibile per raggiungere un punto in cui la corda venisse a trovarsi disposta quasi orizzontalmente. Effettuavamo tutti, a turno, questi tentativi, ed era un'impresa faticosa e pericolosa. Un monaco perse la vita. Si era inerpicato molto in alto sul nostro lato di una parte rocciosa, lasciandosi andare nel vuoto. Ma doveva aver mal calcolato lo slancio poichè andò a urtare con impeto tremendo contro l'opposta parete, sfracellandosi la faccia e il cervello sulle aguzze punte delle rocce. Tirammo indietro il cadavere e celebrammo una funzione. Non v'era modo di seppellire il corpo nella roccia compatta, e lo abbandonammo cosi' ai venti, alle piogge, agli uccelli da preda. Il monaco il cui turno veniva subito dopo non sembrava affatto contento, e allora presi io il suo posto. Mi sembrava ovvio che, tenuto conto delle predizioni fatte su di me, non mi sarebbe potuto accadere nulla, e la mia fede venne ricompensata !. Mi lanciai con molta prudenza - nonostante le predizioni! - e arrivai a toccare con le dita protese il margine della rupe piu' vicina. Riuscii a malapena ad afferrarmi a essa e a tirarmi su, con il respiro cosi' affannoso che sembrava dilaniarmi la gola e il cuore che mi batteva come se fosse stato sul punto di scoppiare. Per qualche tempo giacqui dove mi trovavo, del tutto esausto, poi riuscii ad arrampicarmi faticosamente su per il fianco della montagna. Gli altri - i migliori compagni di viaggio che si potesse avere - mi lanciarono la seconda corda in modo di darmi le massime possibilità di riuscire. Le legai saldamente tutte e due alle rupi e gridai ai miei compagni di tirare con forza e di collaudarne la resistenza. A uno a uno superarono il precipizio, reggendosi ai cavi con le mani e i piedi, a testa in giu', con le vesti ondeggianti nel vento, un vento che ci ostacolava senza facilitarci affatto la respirazione. Sulla sommità della parete rocciosa ci riposammo per qualche tempo e preparammo il tè, benchè a quell'altezza il punto di ebollizione fosse basso e la bevanda, in realtà, non riuscisse a scaldarci. Un pò meno esausti, riprendemmo i nostri carichi e continuammo a inoltrarci faticosamente nel cuore di questa regione terribile. Ben presto raggiungemmo una distesa di ghiacci, forse un ghiacciaio, e la nostra avvanzata divenne ancor piu' difficile. Non avevamo scarpe chiodate nè picozze per il ghiaccio, nè equipaggiamento d'alta montagna di alcun genere; il nostro solo "equipaggiamento" consisteva di comuni stivali di feltro con le suole fasciate di pelo per renderle piu' aderenti, e di corde. Sia detto di sfuggita, nella mitologia tibetana esiste un inferno gelido. Il calore è una benedizione per noi e pertanto l'opposto del piacere è il freddo, donde un inferno gelido. Questa escursione sulle alte montagne mi dimostrò che cosa poteva essere il freddo! . Dopo tre giorni di lenta avvanzata sullo strato di ghiacci, durante la quale non facemmo che rabbrividire nella sferza dei venti gelati e desiderare di non aver mai veduto quei luoghi, il ghiacciaio ci condusse in basso tra rupi torreggianti. Discendemmo sempre piu', incespicando e scivolando, verso ignoti abissi. Molti chilometri piu' avanti, aggirammo la dorsale di un monte e scorgemmo dinanzi a noi una fitta nebbia bianca. Da lontano non riuscimmo a capire se si trattasse di neve o di una nube, tanto era candida e compatta. Avvicinandoci, constatammo ch'era effettivamente nebbia, nebbia le cui propaggini si sfioccavano, trascinate via dal vento. Il lama Mingyar Dondup, l'unico tra noi che fosse già stato in questi luoghi, sorrise soddisfatto: " Non avete di certo l'aria di un gruppo di gente allegra! ma ora troverete qualcosa di piacevole". Non vedemmo nulla di piacevole di fronte a noi. Nebbia, gelo. Ghiaccio compatto sotto i nostri piedi e un livido e gelido cielo sopra di noi. Rocce frastagliate e aguzze, simili a zanne nelle fauci di un lupo, rocce contro le quali non facevamo altro che scorticarci. E la mia guida diceva che avremmo trovato "qualcosa di piacevole" ! continuammo ad arrancare nella nebbia gelida, umida e vischiosa, dirigendoci faticosamente, infelici, non sapevamo dove. Stringendoci addosso le vesti in cerca d'una illusione di calore. Con il fiato corto e il corpo percorso da brividi per il freddo intenso. Sempre e sempre piu' avanti. E poi ci fermammo di colpo, pietrificati dallo stupore e dallo spavento. La nebbia stava diventando calda, il suolo stava diventando ardente. Coloro che si trovavano dietro di noi non si erano ancora spinti cosi' avanti; non vedevano nulla e vennero a urtarci contro. Riprendendoci alquanto dallo stupore nell'udire le risa del lama mingyar Dondup, riprendemmo il cammino alla cieca, tastando con la mano colui che ci precedeva, mentre l'uomo in prima fila tastava il terreno dinanzi a sè, senza veder nulla, con il bastone. Sotto i nostri piedi, pietre minacciarono di farci inciampare e cadere, sassi rotolarono. Pietre? Sassi? Dove si trovava allora il ghiacciaio, dove si trovavano i ghiacci? Del tutto improvvisamente, la nebbia si diradò e ci trovammo al di là di essa. A uno a uno ci facemmo avanti barcollando e...bè, mentre mi guardavo intorno, credetti di essere morto di freddo e di trovarmi nei Campi Celesti. Mi stropicciai gli occhi con le mani calde; mi pizzicai e sfregai le nocche contro una roccia per constatare se fossi carne o puro spirito. Ma poi tornai a guardarmi intorno; i miei otto compagni si trovavano intorno a me. Era mai possibile che fossimo stati trasportati tutti, e in modo cosi' improvviso, nei Campi Celesti? E se cosi' era, dove si trovava il decimo componente del gruppo, quello ch'era andato a sfracellarsi contro la parete rocciosa? Ed eravamo, poi, proprio tutti degni del paradiso che vedevo dinanzi a noi? Soltanto trenta battiti del cuore ci separavano dal momento in cui avevamo rabbrividito di freddo, dall'altro lato della cortina di nebbia. Ora ci trovavamo quasi al margine del collasso per la gran calura! L'aria tremolava, il terreno fumava. Una sorgente ribolliva fuori dalla terra, proprio ai nostri piedi, sospinta da getti di vapore. Intorno a noi si stendevano verdi prati, piu' verdi di quanto ne avessi mai veduti. Piante dalle larghe foglie crescevano alte, arrivando piu' in su delle nostre ginocchia. Lo stupore e la paura ci attanagliavano. Questa era magia, un fenomeno situato al di là della nostra esperienza. Infine il lama Mingyar Dondup parlò: " Se avevo questo aspetto quando vidi tutto ciò per la prima volta, dovevo essere davvero ridicolo! Sembrate pensare, amici, che gli Dei del gelo si stiano burlando di voi". Ci guardammo intorno, troppo spaventati, quasi, per muoverci, e la mia guida parlò ancora: "Superiamo con un balzo questo ruscello, superiamolo con un balzo perchè l'acqua è bollente. Pochi chilometri ancora e ci troveremo in un luogo davvero meraviglioso dove potremo riposarci". Aveva ragione, come sempre. Cinque chilometri piu' avanti, circa, ci allungammo sul terreno rivestito di muschio completamente nudi, in quanto avevamo l'impressione di bollire. Li' crescevano alberi come non ne avevo mai veduti, e come probabilmente non ne vedrò mai piu'. fiori dalle tinte assai vivide tappezzavano ogni cosa. Rampicanti allacciavano i tronchi d'albero e pendevano dai rami. A destra della piacevole radura nella quale stavamo riposando, vedevamo un laghetto e le increspature e i cerchi sulla sua superficie denotavano la presenza di vita in quelle acque. Continuavamo a sentirci stregati, ed eravamo certi di essere stati uccisi dal calore, passando su un altro piano dell'esistenza. oppure ci aveva uccisi il gelo? Non lo sapevamo! La vegetazione era lussureggiante; ora che ho viaggiato per il mondo, direi che si poteva considerarla tropicale. Vedevamo uccelli di una specie che ancor oggi non conosco. Il terreno era di natura vulcanica. Sorgenti calde sgorgavano dal suolo e si sentivano odori sulfurei. La mia guida ci disse che, a quanto egli sapeva, esistevano soltanto due luoghi come quelli nella regione delle alte montagne. Disse che il calore sotterraneo e le sorgenti calde scioglievano il ghiaccio e che le alte pareti rocciose della valle intrappolavano l'aria calda. La densa nebbia bianca attraverso la quale eravamo passati, segnava il punto d'incontro tra correnti calde e correnti fredde. Ci disse inoltre di aver visto scheletri di animali giganteschi, scheletri che, in altri tempi, dovevano avere sostenuto il peso di esseri alti anche sei o nove metri. In seguito vidi io stesso queste ossa. In questo luogo, scorsi per la prima volta uno Yeti. Mi trovavo chino, intento a raccogliere erbe medicinali, quando un non so che mi indusse ad alzare gli occhi. Ed ecco, a meno di dieci metri da me, la creatura della quale avevo sentito tanto parlare. I genitori nel Tibet minacciavano spesso i bambini cattivi dicendo: "Comportati bene, altrimenti uno Yeti ti porterà via! ". E ora pensai che uno Yeti stava per portar via me. E la prospettiva non mi rese affatto felice. Ci fissammo a vicenda, paralizzati entrambi dallo spavento, per un periodo di tempo che parve un'eternità. Lo Yeti mi stava additando con una mano, ed emetteva un curioso suono miagolante simile a quello di un gattino. Il cranio non sembrava avere lobi frontali, ma era inclinato all'indietro partendo quasi dalle foltissime sopracciglia. Il mento era molto sfuggente e i denti erano larghi e sporgenti. Ciononostante, la capacità cranica sembrava simile a quella dell'uomo moderno, a eccezione della fronte mancante. Mani e piedi erano grandi e i piedi erano volti in fuori. Le Mentre guardavo e forse trasalivo di paura, o per qualche altra ragione, lo Yeti strillò, si voltò e balzò via. Sembrava spiccare balzi " su una sola gamba" e il risultato faceva pensare a passi giganteschi. Anche il mio impulso fu quello di fuggire, nella direzione opposta! In seguito, ripensandoci, pervenni alla conclusione che dovevo aver battuto il primato Tibetano di velocità ad altezze superiori ai cinquemila metri. Qualche giorno dopo, vedemmo alcuni Yeti in lontananza. Si affrettarono a nascondersi e noi ci guardammo bene dal provocarli. Il lama mingyar Dondup ci disse che questi Yeti erano esponenti primitivi della razza umana; avevano seguito un corso diverso dell'evoluzione e potevano sopravvivere sono nelle località piu' isolate. Molto spesso accadeva di sentire parlare di Yeti che avevano abbandonato la regione delle alte montagne ed erano stati veduti correre a balzi in vicinanza delle regioni abitate. Esistono leggende di donne sorprese sole e rapite da Yeti maschi. Può darsi che sia questo uno dei modi mediante i quali continuano a perpetuarsi. Alcune monache ci confermarono in seguito tali leggende allorchè ci dissero che una monaca del loro Ordine era stata rapita da uno Yeti durante la notte. Tuttavia, non ho alcuna competenza per scrivere di tali cose. Posso solo dire di avere veduto Yeti adulti e Yeti bambini. Ho visto anche scheletri di Yeti. Alcune persone hanno espresso dubbi sulla verità delle mie affermazioni concernenti gli Yeti. A quanto pare sono stati scritti su di essi volumi basati su supposizioni, ma nessuno di questi autori ha visto un solo Yeti, come d'altronde ammettono. Io li ho veduti. Alcuni anni fa. Marconi venne deriso allorchè affermò che avrebbe trasmesso un messaggio via radio attraverso l'Atlantico. I medici dell'Occidente asserirono solennemente che l'uomo non avrebbe potuto superare la velocità di ottanta chilometri all'ora, altrimenti la pressione dell'aria lo avrebbe uicciso . Vi sono state leggende su un pesce che veniva
descritto come "un fossile E se gli occidentali potessero fare a loro modo, i nostri poveri, antichi Yeti verrebbero catturati , dissezionati e conservati nell'alcol. Noi riteniamo che gli Yeti siano stati costretti a rifugiarsi sulle alte montagne, e che altrove, tranne rarissimi vagabondi, siano estinti. Quando se ne vede uno per la prima volta, si rimane atterriti. La seconda volta, ci si sente colmare di compassione per queste creature di epoche tramontate che, nella tensione della vita moderna, sono condannate all'estinzione. Sono disposto, allorchè i comunisti verranno scacciati dal Tibet, ad accompagnare una spedizione di scettici e a mostrar loro gli Yeti nella regione delle alte montagne. Varrà la pena di vedere la faccia di questi grandi uomini di affari allorchè si troveranno di fronte a qualcosa che trascende la loro esperienza commerciale. Potranno pure ricorrere all'ossigeno e ai portatori; io mi servirò soltanto della mia vecchia veste di monaco. Le macchine da presa dimostreranno la verità. Non disponevamo di aparecchi fotografici nel Tibet, a quei tempi. le nostre antiche leggende riferiscono che molti, molti secoli fa, il Tibet aveva coste bagnate dai mari. E' certo che si possono trovare resti fossili di pesci e di altre creature marine, procedendo a scavi. I cinesi hanno una convinzione analoga. La tavoletta di "YU", che si trovava un tempo sulla vetta Kou-lou del monte hèng, nella provincia di Hu-pei, ricorda che il grande "YU" si riposò in quel luogo ( nel 2278 prima di cristo) dopo le fatiche compiute per prosciugare le "acque del diluvio " che in quell'epoca sommersero l'intera Cina, eccettuate le piu' alte regioni montuose. La pietra originaria è stata -credo- rimossa, ma ne esistono copie a Wu-ch'ang Fu, una località nelle vicinanze di Hankow. Un'altra copia si trova nel tempio Yu-lin, presso Shao-hsing Fu, nel Chekiang. Noi riteniamo che il Tibet sia stato un tempo una regione pianeggiante, nelle vicinanze del mare e che vi siano state convulsioni spaventose della crosta terrestre durante le quali molte regioni affondarono sotto il livello dei mari, e altre si sollevarono formanado montagne. ............. T. Lobsang Rampa Ritorna a esntita' biologiche anomale homepage
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